Sara e Nancy

#imwoman

 

Decidere di scriverti, e parlare di ciò che mi è successo – anche se ce l’ho sempre davanti agli occhi – è doloroso, ma mi sono convinta nel momento in cui ho realizzato la valenza di ciò che stai facendo. Partiamo da un punto fondamentale: IO HO INIZIATO AD AMARE LE DONNE PERCHÉ ODIO GLI UOMINI, e capirai perché.

I primi ricordi risalgono a quando avevo dieci anni, ma quasi certamente è iniziata prima, solo che li ho rimossi dalla memoria.

Sono Sara, ho ventisei anni, e da quando ne avevo diciassette, sto con una donna, Nancy. Prima di lei ho avuto due soli rapporti omosessuali.

Nancy mi ha accolto a casa sua dopo i due anni passati in riformatorio, mentre si svolgeva il processo a mio carico. Mi sono da subito fidata di lei e mi sono confidata. Grazie a lei ho recuperato alcuni aspetti fondamentali di una fanciullezza che mi era stata strappata, e ho potuto vivere un’adolescenza serena.

Andare a scuola, conoscere altri ragazzi, uscire, andare al cinema, in giro per centri commerciali, festeggiare con loro i compleanni normalmente… tutto ciò che fa una ragazza normale insomma.

Fin quando ho scoperto che era lesbica. All’inizio ho creduto che mi avesse preso con lei perché voleva approfittare di me, e l’ho messa alla prova, venendo rifiutata. Man mano che passavano i mesi però ho scoperto di provare qualcosa che andava al di là della semplice riconoscenza per avermi accolta nella sua famiglia. E alla fine è successo. Non che non abbia provato ad avere una vita normale, desideravo fidanzarmi come le mie amiche e ho avuto tre fidanzatini. Ma appena si passava dal semplice bacio anche solo ad un abbraccio che poteva preludere a qualcosa di più, scattava qualcosa in me, che mi faceva scappare.

Di contro, sempre più spesso mi eccitavano i ricordi degli unici due rapporti omosessuali che avevo avuto in riformatorio, sognando di averli con Nancy.

Oggi posso dire di aver accettato ciò che mi è capitato e di riuscire a vivere finalmente la mia normalità senza rimpianti. Non cerco più di essere come le mie amiche, di invidiare il fatto che loro avessero il ragazzo, che si sposassero e concepissero figli.

Oggi sono estremamente orgogliosa di poter camminare con lei abbracciati, di essere complici… cosa che con un ragazzo o marito è impensabile. È bello poterla baciare senza che nessuno si scandalizzi. E ho superato anche un’altra grave mancanza, il non poter concepire figli. Presto ci verranno dati in adozione due gemellini, e stiamo già preparando la loro cameretta.

Detto della mia bella e felice vita, sento il bisogno di dirti anche la parte brutta… la mia infanzia…

 

La mia non è una storia facile, né da raccontare per me, né – immagino – da pubblicare per te.

Sono originaria di un paesino del Wyoming, in America. Precisamente della provincia di Evanstone, nella contea di Uinta. Mio papà, quando avevo sette anni, fu colpito a morte durante una sparatoria fra bande, nella quale non c’entrava nulla. Mamma, poverina, si trovò costretta a cercare un altro compagno perché da sola non riusciva a badare alla fattoria. Dopo qualche mese si risposò con una carogna che l’aveva soggiogata.

All’inizio, andava tutto bene, e lo ha creduto fino alla sua morte. Lui mi trattava come una figlia, trattava bene lei e riusciva a portare avanti senza problemi la fattoria.

I primi ricordi dicevo, risalgono all’età di dieci anni. Era gentile con me, mi portava sempre le caramelle e mi costruiva delle bambole di pezza. Quell’anno mamma si ammalò e fu costretta a letto. Una malattia subdola e spietata che la colpì in maniera devastante, saltando le fasi intermedie e scoppiando nella sua forma più spietata da subito.

In più visto che soldi ce n’erano pochi, quando si ruppe la macchina, dovetti rinunciare ad andare a scuola. Lui si occupava di me, mi preparava da mangiare, mi insegnava a scrivere, la geografia e quel po’ che sapeva. Ovviamente essendo piccola mi lavava, mi aiutava a vestirmi, insomma tutto ciò che prima faceva la mamma.

Poi iniziò a riempirmi di complimenti, specie mentre mi faceva il bagno. Diceva che stavo diventando una piccola donna, che ero bella… iniziò sempre più spesso, con la scusa di giocare, a toccarmi anche nelle parti intime solleticandomi e stringendomi a lui; la sera quando mi metteva a letto si coricava di fianco a me finché non mi addormentavo.

Ogni tanto ci lasciava sole anche per due giorni e andava in città per fare provviste e quando tornava era sempre ubriaco.

Il giorno del mio dodicesimo compleanno mi portò un vestito nuovo e dei trucchi. Mi disse che oramai ero una donna e dovevo iniziare a comportarmi da tale. Io ero al settimo cielo quando mi truccò, mi vestì e mi preparò anche la torta…

Anche mamma poverina, era felice per me e non sospettava nulla. Ma quel giorno soffriva particolarmente e lui le diede un sedativo.

Quella sera non la dimenticherò mai! Quella sera mi violentò. E la cosa andò avanti per anni.

Io per vergogna non dicevo nulla alla mamma, ma non tanto per le minacce che faceva a me, quanto per impedirgli di farle del male, e per paura che non la curasse più.

A quattordici anni rimasi incinta e per paura che qualcuno potesse scoprire che era stato lui, mi portò in città, dove mi fece abortire in una clinica privata, costringendomi a dire che ero stata vittima di uno stupro.

Ricordo che il dottore gli disse che avevo un problema all’utero, secondo lui conseguenza dello stupro, ma quel vigliacco se ne fregò e continuò a violentarmi.

Io stavo sempre più spesso male lì, sanguinavo anche quando facevo pipì, ma lui invece di portarmi in ospedale, mi riempiva di sedativi.

Una mattina la mamma peggiorò e io corsi alla fattoria vicina a chiedere aiuto. La portarono in ospedale e lo avvisarono. Mamma da allora, lentamente ma inesorabilmente se ne andò in cielo.

Poiché non avevamo l’assicurazione, ci pignorarono la fattoria e lui per racimolare i soldi per riscattarla, iniziò a portare a casa due uomini e mi costringeva ad avere rapporti con loro.

Giuro, non ce la facevo più. Con la morte della mamma ancora fresca, e la situazione che vivevo, pensai più volte di farla finita, ma non ci riuscivo.

Una sera però ci fu la svolta. Lui tornò a casa ubriaco, voleva a tutti i costi fare sesso, io avevo dei dolori lancinanti all’addome e scappai. Mi raggiunse nel fienile e iniziò a violentarmi con forza, incurante delle suppliche dei pianti e delle urla.

E nell’estremo tentativo di sottrarmi, non so neanche chi mi diede la forza… lo spinsi talmente forte, che si infilzò con un forcone.

Riuscii a trascinarmi fino alla strada, dove per fortuna passò una macchina, che mi portò in ospedale. Lì raccontai cosa mi era successo e la polizia andò a casa, trovando lui nel fienile, infilzato al forcone, ancora vivo.

Quel bastardo, come ultimo regalo prima di morire, affermò che ero una poco di buono, che creavo solo problemi, che avevo regolarmente rapporti sessuali con tutti i ragazzi che mi piacevano e che, con la mamma ancora viva, lo avevo sedotto una sera che era alticcio, costringendolo ad avere un rapporto completo con lui. Che da allora lo costringevo, dietro la minaccia di denunciarlo per violenza, ad avere regolari rapporti con lui. E che quella sera quando tornato a casa si era rifiutato di fare sesso, dicendomi che mi avrebbe denunciato, lo avevo colpito deliberatamente alle spalle. Morale della favola, fui incriminata per omicidio! E ho dovuto combattere per due anni prima di dimostrare la verità.

Il mese dopo, stetti male e mi portarono di nuovo in ospedale. Le lacerazioni conseguenti alle violenze mi avevano provocato un’infezione che non curata, si era estesa e costrinse i dottori ad asportarmi l’utero.

Dopo un mese di ospedale, fui trasferita in riformatorio, dove continuò il mio inferno. La fortuna mi fece imbattere in delle anime buone che mi aiutarono. In particolare un’assistente sociale prese a cuore la mia vicenda. Lei mi credette e mi mise in contatto con un’associazione che pagò un avvocato vero, che riuscì a dimostrare la mia innocenza. Furono davvero in gamba. Grazie a ciò che ricordavo ricostruirono tutta la storia.

Risalirono alla clinica dove mi aveva fatto abortire e con arguzia fecero confessare il dottore, il quale confermò che già allora lo aveva avvisato del problema all’utero. Quindi, grazie a dei fiammiferi del bar che frequentava, e al tipo di macchina con la quale venivano a casa quei due porci, che ricordavo bene, incastrarono i due uomini ai quali mi vendeva. Avevano già precedenti specifici e non ci misero molto a farli confessare e arrestare.

Così, dopo due anni riuscii a uscire da quell’inferno, fui accolta da Nancy, e tornai a vivere!

lerealtaparallele2.ilpierpo.it

 

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